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Fiorire

Fiorire

Non è sempre facile descrivere il processo di maturazione del credente nel suo rapporto con Dio, con gli altri e con la vita. La bibbia utilizza varie metafore per descrivere la natura e la modalità di questo processo. Alcune metafore presentano la crescita nella sua dimensione quantitativa come la “parabola dei talenti” (Mattteo 25). Altre invece piuttosto nella sua dimensione qualitativa come la “parabola del lievito” (Matteo 13). Un primo elemento di buon senso nel comprendere la complessità e ricchezza di questa esperienza è quello di far intervenire sempre più di un criterio nella valutazione dell’esperienza di fede. Questo per il semplice motivo che la riuscita anche straordinaria in una dimensione della fede non è ancora garanzia di salute spirituale totale e complessiva. Anzi ci potrebbe essere di mezzo un meccanismo di compensazione tramite il quale noi diventiamo particolarmente efficienti in un area per coprire un disimpegno o un fallimento in altre aree. La maturazione quindi del cristiano non può essere valutata tramite un solo criterio. Un secondo elemento ancora più importante è l’introduzione di criteri qualitativamente diversi. Non basta utilizzare vari criteri se tutti quei criteri sono dei criteri simili quantitativamente. La vera pluralità di criteri è data da una differenza qualitativa dei criteri utilizzati.

In questo senso la metafora della “fioritura” introduce nell’esperienza del credente una dimensione qualitativamente diversa. Categorie come quelle di santificazione, coerenza, disciplina, ubbidienza e simili descrivono un tipo di maturazione che presuppone l’adeguamento ad un elemento esterno a noi. Un traguardo che non nasce da noi ma ci è dato dall’esterno. In questo caso da Dio stesso. Il valore di questa esperienza è di promuovere in noi delle virtù che non abbiamo ma che potremmo avere. Rappresenta una spinta ad essere diversi in meglio rispetto a ciò che siamo nel presente. Senza questo componente l’esperienza del credente tenderebbe ad appiattirsi e ad implodere perché promuoverebbe una chiusura in se stessi ed il rinforzamento unicamente dei nostri pregi. Ma l’effetto collaterale negativo e a volte devastante è l’imposizione al credente di traguardi, valori, che non si sono innaturali ed in contrasto con il profilo della persona. Ed è qui che la categoria di “fioritura” diventa importante perché bilancia lo strapotere del modello della “trasformazione” con un elemento che viene dall’interno e che la persona riconosce come suo.

Infatti la fioritura non è il voler essere come un altro ma semplicemente l’essere se stessi. Anzi essere al meglio ciò che già siamo. Portare a termine il proprio dono, la propria identità. Far crescere e portare a termine la propria essenza. Mentre la lettura comune della Bibbia privilegia il modello “trasformativo” quasi in assoluto si dimentica spesso che la Bibbia propone spese volte come alternativa il modello della fioritura. Questo è presente  per esempio nella metafora dell’albero che porta frutto nel salmo 1:3. Ma anche nel salmo 92:12 o nel salmo 52:8  il credente come è descritto come qualcuno che fiorisce. La “fioritura” come esperienza de maturazione non è quindi da comprendere come un equivalente del modello della “trasformazione” o come una sua estensione. Anzi gli è opposto ed esprime una dinamica diversa e d in questo senso la bilancia ed in un certo modo la contraddice.

Il modello della “fioritura” non è alla moda oggi perché in ambito secolare quanto in ambito religioso il modello della “trasformazione”, che è un modello di crescita quantitativa, è un modello avvincente, persuasivo, immediato, visibile ed efficiente. Non così con la fioritura che non fa leva sul protagonismo ed efficientismo della persona ma piuttosto sullo sforzo anonimo, sui lunghi cicli della vita, sulla resilienza e soprattutto sul fatto che ogni individuo a dei dono propri che non devono essere negati ma coltivati e portati a maturazione. Il modello della “fioritura” propone un modello della fragilità resiliente ed in questo senso corregge una ossessione del nostro tempo, radicata anche fra i credenti, che di fatto ci induce ed obbliga a diventare delle macchinette prestanti ed efficienti in virtù, in realizzazioni ed in riuscita. E questo è a tutti gli effetti un modello biblico che conviene rivisitare più spesso per discernere in esso gli elementi che possano bilanciare delle esperienze che sembrano esserci sfuggite di mano ed ubbidire unicamente a dei rituali morali e religiosi meccanici, automatici e compulsivi.

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